C’è un attimo in cui entrando negli spazi Prada di Shanghai la percezione cambia: non si sta più solo visitando una mostra, ma si sta attraversando un sistema di segni, un codice in movimento, una grammatica che riguarda il corpo, gli oggetti, il quotidiano. A Kind of Language fa esattamente questo: traduce il mondo in un linguaggio visivo nuovo, dove moda, arte contemporanea e percezione sensoriale si intrecciano in un discorso che supera i confini delle discipline. Non potrebbe esistere cornice più naturale di Prada, un marchio che da sempre gioca con l’ambiguità tra moda e pensiero, tra estetica e intelletto. a mostra, allestita negli spazi di Prada Rong Zhai, porta a Shanghai un corpus eccezionale di storyboard, bozzetti e materiali preparatori del cinema internazionale: oltre trenta registi — da Anderson ad Almodóvar, da Miyazaki a Jodorowsky — compongono un ritratto visivo del processo creativo filmico, trasformato qui in un vero e proprio linguaggio estetico. A Shanghai questa vocazione si amplifica: lo spazio stesso, rigoroso e architettonico, diventa pagina bianca su cui scrivere un racconto fatto di segni, materiali e tensioni. A Kind of Language non impone una narrazione lineare. È piuttosto un dizionario aperto, un glossario di forme che ognuno è libero di interpretare. Gli artisti coinvolti: Wes Anderson, Pedro Almodóvar, Ingmar Bergman, Charlie Chaplin, Hayao Miyazaki, Christopher Nolan, Martin Scorsese, Steven Spielberg, Alejandro Jodorowsky e Matthew Barney, compongono un paesaggio visivo che si muove tra installazioni, oggetti scultorei e interventi immersivi. Le opere sembrano parlare tra loro attraverso sottili rimandi: un gesto catturato in un materiale, una trama che richiama un pattern tessile, la ripetizione come figura linguistica. Il visitatore è chiamato a “leggere” la mostra, ma anche a “scriverla” con il proprio sguardo. Le opere non impongono, suggeriscono. Non definiscono, evocano. È in questo spazio di sospensione che l’estetica Prada trova il significato più profondo: quello che indaga, problematizza, si diverte a destabilizzare. Negli ultimi anni la moda ha abbandonato la semplice funzione decorativa e ha acquisito una voce sempre più articolata: politica, culturale, sociale. Prada è stata una delle prime case di moda a trattare l’abito come un testo da leggere. A Kind of Language è, in questo senso, un’estensione naturale: un laboratorio in cui il linguaggio della moda incontra quello dell’arte e si contamina. Si ritrovano i codici tipici del brand: il gusto per l’ambivalenza, la tensione tra minimalismo e complessità, la forza dell’imprevisto. Tessuti, oggetti, superfici sembrano dialogare con le opere esposte come se facessero parte di un’unica frase, di un’unica sintassi. In alcune installazioni, l’uso del colore e dei materiali rievoca proprio il gesto sartoriale: strati sovrapposti come pieghe di un abito, superfici laminate che ricordano l’impalpabilità dei tessuti tecnici, elementi geometrici che evocano la razionalità della costruzione di una silhouette. Non è un caso che Prada abbia scelto Shanghai per un progetto così concettuale. La città – caleidoscopica, in costante ridefinizione – è una grammatica vivente. Il suo paesaggio urbano, con la sua mescolanza continua di tradizione e iper-modernità, rispecchia in modo quasi speculare l’identità della mostra. Entrare nello spazio espositivo significa osservare questo dialogo attraverso una lente preziosa: la cultura visiva cinese contemporanea, sospesa tra memoria e accelerazione, si fonde con il linguaggio internazionale dell’arte e della moda. La mostra diventa così una piattaforma di scambio, un luogo dove si sperimentano nuovi alfabeti estetici, dove il pubblico locale e globale trova un punto d’incontro inatteso. La struttura della mostra è pensata come un testo aperto: non ci sono capitoli obbligati, ma stanze concettuali. Ogni ambiente introduce una parola, un’idea, un gesto. Alcune opere sono intense come verbi, altre poetiche come aggettivi, altre ancora si avvicinano alla punteggiatura: pause, sospensioni, accelerazioni. Il ritmo è fondamentale. Gli elementi architettonici degli spazi Prada contribuiscono a questa narrazione: superfici levigate, linee nette, geometrie essenziali dialogano con le opere per amplificarne il senso. È una scrittura che si fa tridimensionale, un linguaggio in cui il corpo del visitatore è parte della frase, perché la moda, come l’arte, è un sistema semiotico. Comunica attraverso codici, segni, simboli. A Kind of Language eleva questa consapevolezza a principio curatoriale: rende visibile l’atto comunicativo, lo espone, lo analizza, lo sovverte. Per chi vede la moda non solo come industria, ma come fenomeno culturale, la mostra è un manifesto. E allo stesso tempo un invito: leggere il mondo come un insieme di linguaggi da decodificare. Con A Kind of Language, Prada riafferma il suo ruolo di piattaforma culturale, non solo di casa di moda. A Shanghai costruisce uno spazio in cui la creatività diventa conversazione, dove ogni opera è una parola e ogni gesto una possibilità di significato. In un’epoca in cui i linguaggi si sovrappongono, digitali, visivi, materiali, la mostra apre una strada: invita a cercare nuove forme di lettura e, soprattutto, nuove forme di espressione. È un luogo in cui moda e arte non si limitano a dialogare: inventano, insieme, una nuova lingua.
di Elena Parmegiani per DailyMood.it
L’articolo A Kind of Language: quando la moda diventa un alfabeto nuovo negli spazi Prada di Shanghai proviene da Daily Mood.
