Parigi, Settimana della Moda. Alcune modelle sfilano in degli abiti succinti di scintillante pelle rossa sulle note techno-punk di Firestarter dei Prodigy in quello che sembra uno scenario apocalittico, in mezzo al fango. Una di queste è interpretata dalla top model Bella Hadid. Ed è proprio lei a scatenare il caos: si scaglia con violenza su alcuni spettatori e cerca le loro bottiglie d’acqua per berle con avidità. Ma non si ferma qui. Scatena il panico correndo in moto per le strade di Parigi e devastando un bistrò, ancora disperatamente in cerca d’acqua. Ne ha bisogno come i vampiri del sangue. È The Beauty, la nuova serie thriller di FX dall’executive producer Ryan Murphy (American Horror Story, Feud, Hollywood, Ratched, Monster), disponibile dal 22 gennaio su Disney+. Come è tradizione per le produzioni FX, vedremo un episodio a settimana. Come si faceva ai vecchi tempi delle serie tv.
Il mondo dell’alta moda viene sconvolto quando alcune top model internazionali cominciano a morire in circostanze misteriose e raccapriccianti. Gli agenti dell’FBI Cooper Madsen (Evan Peters) e Jordan Bennett (Rebecca Hall) vengono mandati a Parigi per scoprire la verità. Man mano che approfondiscono il caso, vengono a sapere di un virus sessualmente trasmissibile che trasforma le persone comuni in esseri fisicamente perfetti, ma con conseguenze terrificanti. La loro indagine li porta direttamente nel mirino di The Corporation (Ashton Kutcher), un oscuro miliardario del settore tecnologico che ha creato in segreto un farmaco miracoloso chiamato La Beauty e che è disposto a tutto pur di proteggere il suo impero da mille miliardi di dollari, persino scatenare il suo letale sicario, The Assassin (Anthony Ramos). Mentre l’epidemia dilaga, Jeremy (Jeremy Pope), un emarginato disperato, viene coinvolto nel caos in cerca di uno scopo; nel frattempo, gli agenti si precipitano a Parigi, Venezia, Roma e New York per fermare una minaccia che potrebbe alterare il futuro dell’umanità.
Cosa saresti disposto a sacrificare per la perfezione? È questo che si chiede The Beauty, un racconto che ci parla di bellezza e dell’ossessione per essa che oggi ci sembra sempre più spasmodica. La storia immaginata da Ryan Murphy vede una serie di persone che, per motivi diversi, diventano incredibilmente più belli. Alcuni lo hanno cercato, altri no, e si sono ritrovati ad esserlo. Ma anche ad essere pericolosamente in pericolo di vita. Come avrete capito, siamo dalle parti di The Substance, il film di Coralie Fargeat che toccava gli stessi temi. Lì si parlava di sdoppiarsi e rinascere in un altro da sé più giovane. Qui di essere avvolti in un bozzolo, come una crisalide, e rinascere in una versione perfetta di se stessi. In entrambi i casi c’è un prezzo da pagare. Come nel Faust, come ne Il ritratto di Dorian Gray. Perché la bellezza è sofferenza.
The Beauty, presentato come thriller, è anche un body horror, proprio come The Substance, e forse è ancora più eccessivo. È splatter, grandguignolesco, debordante. Ma parliamo di Ryan Murphy, autore che ha fatto dell’eccesso, del trash e del camp il suo marchio di fabbrica. Le situazioni, la recitazione, i dialoghi sono spesso sopra le righe come la formula Murphy richiede. Così come gli angoli di ripresa sono cercati per deformare i personaggi, per accentuarne alcune caratteristiche caricaturali.
The Beauty è una doppia metafora. Rappresenta in maniera iperbolica il prezzo da pagare per ottenere la bellezza, il “sacrificio” che ognuno fa per una versione migliore di sé, e che qui è portato all’estremo. Ma c’è qualcosa in più rispetto ad altri racconti di questo tipo. Si parla di un virus che si trasmette attraverso i fluidi corporei e quindi per via sessuale. Ed è impossibile non pensare all’AIDS, al momento in cui è comparso nello scenario mondiale. Quella malattia che era vista come un castigo per chi volesse amare liberamente, provare piacere, che ha spaventato un’intera generazione qui viene evocata da questo virus che ha molto di quell’incubo. È troppo evidente per essere un caso.
In The Beauty, insomma, c’è molta, forse troppa carne al fuoco. Lo capirete vedendo la serie, se parliamo di carne al fuoco intendiamo metaforicamente, ma anche letteralmente. Restando sul primo livello, nell’opera di Ryan Murphy c’è davvero tanto, troppo. Sia per i temi, sia per l’accumulo di situazioni, sorprese esplosive – ancora una volta intendiamo letteralmente – sia per i toni di racconto. La serie è girata come un thriller, una detective story per cui, una volta visti i primi due episodi, viene sicuramente la voglia di andare avanti per capire come procederà la storia, qual è il mistero alla base di tutto e qual è l’intreccio che legherà i vari personaggi. Però abbiamo l’impressione che la storia funzionerebbe di più se fosse più concreta, più terrena, se Ryan Murphy riuscisse a tenere più a freno tutto. La paura, l’inquietudine, il disgusto e anche la riflessione nascono se la storia, pur iperbolica, è ancorata alla realtà. Perché la senti più vicina a te, ci credi di più, la senti più concreta e probabile. Se spingi sul tasto dell’eccesso, dell’irreale, dell’assurdo, in qualche modo allontani lo spettatore, lo spingi verso il fantastico.
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Anche perché The Beauty, tra le altre cose, è ambientato nel mondo della moda. E quel “cattivo gusto” voluto e cercato da Murphy come firma, come tratto distintivo, stride con il mondo di bellezza e raffinatezza in cui è ambientato. Non per fare per forza dei raffronti, ma un racconto simile come The Substance, pur eccessivo, pur disturbante, rimaneva per una parte della storia più rigoroso, controllato. L’uso dei codici di comunicazione televisivi e pubblicitari degli anni Ottanta dava a quel film uno stile, dei contorni entro i quali muoversi. Qui sembra tutto sfrenato, lanciato a 180 all’ora, proprio come quella corsa in moto all’inizio del film, verso l’eccesso. E questo, in qualche modo, fa sì che la storia catturi meno del previsto.
In un cast che, come detto, gioca su toni sopra le righe, spiccano i due agenti FBI interpretati da Evan Peters e Rebecca Hall, colleghi, complici e amanti, che sono disegnati in modo nuovo rispetto ad altri personaggi del genere. Rebecca Hall è sexy e luminosa come non l’avevamo mai vista prima. Ed è bravissima. La scena dell’episodio 2, in cui parla con il partner, dicendo di non volere una storia seria, ma in realtà desiderando proprio quello, dicendo cercando di non dire, chiedendo una cosa ma sperando in un’altra come risposta, è magistrale. Gli occhi ludici, la bocca incerta che si apre e si chiude, il contegno di chi vuole avanzare ma torna indietro. È un momento da non perdere.
Osservando i due agenti FBI interpretati da Evan Peters e Rebecca Hall ci sono venuti in mente Fox Mulder e Dana Scully, i protagonisti di X Files. È come se in scena ci fossero loro due in un universo parallelo, quello in cui non hanno scelto di sublimare la loro attrazione in fervore professionale, ma di cedere alla tentazione e di liberare la loro attrazione. Ma anche questo è un segno dei tempi, e anche della classe e del fascino di certe serie classiche rispetto a quelle odierne. La bellezza di X Files era anche nella costante tensione sessuale tra i due protagonisti, in quel non detto che lasciava tutto in sospeso, sul desiderio per qualcosa che non avveniva mai. Oggi è tutto mostrato, tutto realizzato, tutto esplicitato. Ryan Murphy ci fa vedere i due protagonisti subito a letto, dalla prima scena. Non che non sia piacevole. Ma si perde il senso dell’attesa, di mistero. È così nell’opera di Ryan Murphy, uno che punta sempre ad aggiungere e mai a togliere. Ed è così anche nella serialità moderna, dove tutto deve essere esplicito, netto, detto, spiegato. Ma così è tutto meno affascinante.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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