Berlino nella parte di Ankara. Amburgo nella parte di Istanbul. Sono le scritte che appaiono, all’inizio e a metà film, in Yellow Letters, il film del regista turco-tedesco İlker Çatak che ha vinto l’Orso d’Oro al Festival di Berlino ed arriva al cinema in Italia dal 30 aprile con Lucky Red. Una città nella parte di un’altra città. È la prima volta che accade. Perché il “patto” che facciamo ogni volta che andiamo al cinema è quella di credere che un attore sia il suo personaggio, e questo ci viene annunciato ogni volta, sui titoli di testa, i titoli di coda, i manifesti. Una città non ha mai interpretato un’altra esplicitamente: la storia è piena di città che sullo schermo sono diventate altre, ma non è stato mai dichiarato così. È rimasto un fatto di produzione, set, effetti visivi. Qui diventa questione di sostanza. Come mai? Leggete e ve lo raccontiamo tra poco.
Ma, prima di tutto, di cosa parla Yellow Letters? È la storia di una coppia di artisti affermati. Aziz è un insegnante universitario e un brillante autore di teatro. Vive ad Ankara e, al teatro di Stato, mette in scena acclamati drammi in cui recita Derya, la moglie, ormai attrice affermata in campo teatrale. Un giorno cominciano a ricevere delle “lettere gialle”. Arrivano dal governo e vogliono dire che il loro lavoro è sospeso. Lui perde la cattedra, come molti suoi colleghi, lei il lavoro al teatro. L’accusa è di vilipendio alle istituzioni e istigazione al terrorismo. Il tutto per aver scritto dei post di critiche alle istituzioni e per aver incitato degli studenti a partecipare a una manifestazione per la pace. Ma certi governi non tollerano il dissenso.
Ecco perché c’è Berlino nella parte di Ankara e perché c’è Amburgo nella parte di Istanbul. İlker Çatak avrebbe semplicemente potuto girare in Germania senza per forza esplicitare nulla, in fondo il cinema è finzione e il patto è la sospensione dell’incredulità. Invece ha voluto dirlo. In questo modo, da un lato, vuole ribadire che, oggi, una storia di questo tipo che parla della Turchia in quel Paese non potrebbe in alcun modo girarla. E poi che, in fondo, una storia così potrebbe accadere ovunque. In Germania, un secolo fa, è già accaduta. Ma basta poco che, lì o in qualunque posto accada di nuovo. Cambiano i governi, cambia il vento, cambia il clima politico. In questo modo, Yellow Letters diventa una storia davvero universale.
Yellow Letters racconta una storia di ordinaria oppressione e repressione, coglie lo zeitgeist, il senso del tempo che sta vivendo il mondo di oggi. Lo fa in maniera minuziosa, raccontando come un piccolo segnale può essere l’allarme di qualcosa di più grande, come un granello di neve possa innescare una valanga. Come il politico diventa subito privato, perché le ingerenze della politica si riverberano sul lavoro e quindi sulla condizione economica e quindi sulla vita delle persone. E qui ognuno può reagire come sente. Rimanere duro e puro o ammorbidirsi. Procedere in direzione ostinata e contraria, controvento, o prendere un’altra strada, meno impervia. Che vuol dire adattarsi, non piegarsi.
Ma Yellow Letters è un film molto stratificato. Perché politico e privato si intersecano non solo in questo senso. Si parla di potere, in questo film, come del resto si faceva ne La sala professori. Ma non è solo quello delle stanze dei potenti, dei governi, delle magistrature. C’è anche il potere all’interno di una famiglia. E, sorprendentemente, il film vira anche su questi temi. Quando, ad esempio, il padre si conferma molto duro nei confronti della figlia. E, ancora, quando reagisce in modo molto violento alla scelta della moglie di lavorare in una serie tv. Quando, dalla sua bocca, sentiamo quel “ti ho creato io”, quel personaggio che ci sembrava l’eroe, ai nostri occhi cambia. E vediamo che quel potere che tanto detesta, in casa finisce per esercitarlo. È un maschilismo che è un antico retaggio e che è difficile estirpare. Anche per un uomo che è colto, che è un professore, un artista illuminato. Uno che scrive anche opere teatrali per le donne ma che, come dice la moglie, sono “finto femministe”. Uno che, a suo modo, vuole sempre essere al centro. In un film che si chiude con una serie di ribaltamenti del punto di vista che lo rendono ancora più interessante. Non a caso è l’Orso d’Oro. È un film da vedere.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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L’articolo Yellow Letters: I giochi di potere sono anche nel nostro privato. L’Orso d’Oro di Berlino arriva al cinema proviene da Daily Mood.
