Storia di un no detto all’alba, e della vita che ne è venuta fuori
Un avvocato sale sul Monte Vettore all’alba di una mattina di giugno, arriva alla croce di ferro e urla. Poche ore dopo rifiuta la società nello studio legale dove ha lavorato per tre anni. Da quel rifiuto nasce un editore: dodici metri quadrati costruiti con le proprie mani, un mestiere imparato in una vecchia tipografia, i rifiuti collezionati, un tradimento, e ogni volta la decisione di ricominciare. In «Tutto dice sì» Domenico Capponi non spiega come si fanno i libri: racconta che cosa costa — e che cosa restituisce — seguire la voce interiore che conosce la nostra natura molto prima che la ragione se ne accorga. Lo abbiamo incontrato.
Il libro comincia con un’ascesa e un urlo: una mattina di giugno, da Forca di Presta fino alla croce di ferro del Vettore. Cosa è successo lassù, e perché quel grido è stato il vero inizio di tutto?
DC: La montagna da sempre mi ha accolto, ogni volta che ho avuto un momento difficile non ho mai guardato la luna, ma la vetta di una montagna. Questo perché a momenti difficili spesso si associano pensieri insistenti, confusi, stati di incertezza allora, io cammino, o meglio io inizio a salire e, durate la salita, quei pensieri si fanno meno insistenti, la loro voce meno forte poi, pian piano svaniscono e arriva il vuoto. E’ in quel vuoto che riesco ad entrare in contatto con me stesso, lassù su quella vetta è accaduto questo e, da quel vuoto ho capito che era inutile oppormi alla vita, quella vera, quella che sentivo ma, dovevo accettare quel sentimento, quello che sentivo e cioè che dovevo cambiare.
Poche ore dopo, al telefono, rifiuti di entrare in società nello studio legale in cui avevi passato tre anni. Quanto è costato pronunciare quel no e quanto, invece, ti ha restituito?
DC: Quel no è in realtà il frutto del si che avevo pronunciato in vetta, non è stato difficile per me dire il no ma come detto accettare il si. E’ il si che mi ha messo in connessione con me stesso ed è in virtù di quel si che nel momento in cui ho pronunciato quel no ho avuto l’impressione di stare dalla porte opposta di un ponte e, averlo fatto saltare dietro di me. Non sarei più tornato indietro, mi ero tolto ogni minima possibilità di tronare indietro. Solo cosi poteva essere fatta la scelta che ho fatto: in modo totale.
Scrivi che decidi di diventare Editore senza sapere nulla del mestiere. Da dove arriva una certezza così netta quando mancano tutte le competenze — e come si distingue la vocazione dal capriccio?
DC: Il mio non era un capriccio ma un atto di riconoscimento, un grazie, un atto dovuto nei confronti dei libri che mi hanno cambiato letteralmente la vita e nei confronti della mia natura intima, che ama la sfide. Tutto quello di cui avevo bisogno ero certo che lo avrei imparato.
Ti sei costruito da solo una sede di dodici metri quadrati. Che cosa ti ha insegnato quello spazio minimo, e quanto conta cominciare da un luogo fatto con le proprie mani?
DC: E’ stato fondamentale, le difficoltà si affrontano con i pensieri ma anche con le mani. In quella prima sede sono stato per 12 anni, e ancora oggi, la tengo. Anzi ancora oggi a dire il vero ci vado, entro e mi siedo. Tutto è rimasto come prima, ogni cosa, questo perché devo ricordarmi da dove sono partito e quanto ho amato quel luogo. Qui sta la ricchezza di quello che sto dicendo, io non ho sofferto a stare lì, io ho amato ogni giorno quel piccolo spazio perché ero sicuro che pur stando li avrei dato alla casa editrice una valenza nazionale. Cosa che ho fatto e, per essere sincero fino alla fine ti dirò che. Oltre all’amore c’è stato sempre con me un sentimento che non mi ha mai e poi mai abbandonato: io non ho mai dubitato che c sarei riuscito, mai, nemmeno una volta, la mia fiducia nella mia intuizione iniziale è stata totale.
Hai imparato a fare libri in una vecchia tipografia. Che cosa si capisce dell’editoria quando la si impara dall’odore dell’inchiostro e dal peso della carta, e non dai manuali o dai master?
DC: Durante i miei anni di studio per mantenermi ho sempre lavorato, veramente ho iniziato a lavorare a 12 anni, non tanto per bisogno ma per necessità di indipendenza dai miei genitori, non volevo pesare sulle loro finanze. Poi ho continuato. Lavorare era per me stare nel mondo, vivere a contatto con tante realtà diverse. Questo mi ha aiutato perché poi quando ho intrapreso questa sfida imprenditoriale, mi è venuto facile partire dalla base, dall’inchiostro e dal rumore delle macchine.
Nel libro “collezioni rifiuti”. Come si tiene insieme una persona dopo il decimo, il ventesimo no? Esiste un modo sano di stare dentro il fallimento senza farne un’identità?
DC: I no credo siano stati molti di più. Non ho una ricetta segreta, quello che ha tenuto in piedi me, quello che mi ha fatto vivere con gioia i rifiuti è stata la convinzione che io stavo seguendo la mia strada, che sarei riuscito ad imporre la mia visione. Non ho mai accettato un rifiuto senza voler capire come migliorarmi, quale indicazione mi stava dando, ma non ho mai permesso a un rifiuto di definirmi, mai. La mia visione era ed è più grande. In questi casi capita spesso che ci si avvicini a situazioni o persone per avere delle garanzie, io non l’ho mai fatto, quando ho decisi di aprire la casa editrice, mi dissi che avrebbe dovuto reggersi da sola, senza strani favori o appartenenze. Idee, studio, formazione, mercato, null’altro.
C’è una ferita precisa nel racconto: essere traditi da chi si credeva un compagno di viaggio. Che cosa ti ha tolto e che cosa, a distanza di tempo, ti ha lasciato?
DC: Non mi ha tolto nulla, mi ha insegnato tanto. In primo luogo mi ha messo di fronte ad una scelta: continuare a fidarmi delle persone o smettere e pensare che gli altri possono essere tutti, nessuno escluso visto l’esperienza potenziali nemici. Io ho scelto di continuare a fidarmi, vivo quindi fidandomi delle persone che mi circondano e di quelle con cui stabilisco rapporti. L’altra cosa ancora più importante, nella situazione in cui ero, ma anche oggi, non potevo permettermi di dedicare tempo e energie alla negatività, al rancore, all’odio. Sono sentimenti che chi gestisce un’azienda che si muove in base al flusso delle energie, sì, perché le idee sono a mio avviso energia, non può permettersi.
Fai editoria in una città di provincia, lontano dai circuiti che contano, e talvolta regali il tuo lavoro a chi non può pagarlo. È una scelta romantica o una strategia — e quanto è sostenibile oggi restare indipendenti?
DC: Noi siAmo una casa editrice non a pagamento, lavoriamo in tutta Italia, con il più grande distributore nazionale. La logistica si trova a milano e la promozione a Bologna. Vivo, salutando le persone per strada, fermandomi a parlare con il mio edicolante di sempre, prendo il caffè immerso nella bellezza rinascimentale di Piazza del Popolo. Faccio vivere le stesse emozioni ai miei collaboratori. Non è mai stata strategica, ma frutto di una precisa visione romantica. Restare indipendenti oggi è molto complesso, perché i nostri partner sono molto grandi e hanno le logiche di societa quotate in borsa. Ma è possibile avendo un pensiero trasversale, creativo e, soprattutto lavorando con tanta immaginazione, in fondo l’editore dovrebbe fare proprio questo con i suoi autori e con se stesso. Vivere nel mondo delle possibilità e del possibile. Dove le possibilità le dobbiamo cercare noi, e il possibile deve quasi sempre scontrarsi con quella voce comune che direbbe: è impossibile.Allora va tutto bene.
Hai raccontato Ascoli Piceno, il Piceno, Meletti, Scandolara, Offida: storie di pietra, di persone e di travertino. Che cosa cambia quando l’editore smette di custodire le storie degli altri e mette in pagina la propria?
DC: Scrivere le storie di gradi aziende è un lavoro molto complesso e arricchente per me. Per farlo seguo delle regole molto rigide. In primo luogo scrivo solo quando con l’azienda o con i fondatori sento un’affinità, non sarei in grado di scrivere a comando, non l’ho mai fatto. Questo è il prerequisito fondamentale affinchè io accetti di scrivere la storia di qualcun altro. Quando questa scintilla accade allora scrivere diventa uno scambio e, anche io mi arricchiscono perché in realtà, dentro quelle stoie fatte di coraggio, visione o difficoltà rivedo sempre qualcosa di me.
«Non esiste il giro perfetto, esiste il giocatore migliore»: è forse la frase più esposta del libro. A chi oggi ha un no da pronunciare e non trova il coraggio, che cosa diresti — senza dargli una lezione, visto che il libro dichiara di non volerne dare?
DC: Non voglio dare lezioni, non mi rispecchio, la mia è solo una condivisione e speranza che questo libro possa essere di aiuto a chiunque, anche fosse una sola persona che si trova appunto nella condizione difficile di dover trovare la sua strada. Vedi nel libro dico che c’è una fase in cui si condivide, in cui si parla con gli amici, ci si confronta, ci si prende o si è tenuti per mano, ma poi alla fine si arriva in un punto preciso della propria vita in cui si deve saltare e in quel momento preciso e, in quell’atto specifico, si è soli e non può essere altrimenti. Si salta da soli. Molti in quello specifico punto ci rimangono giorni, anni, sempre e poi finiscono per vivere di rimpianti, per lamentarsi di tutto. Quindi la risposta esatta non c’è, credo che ognuno debba trovarla dentro di se.
Dalla quarta di copertina
«La nostra missione è quella di fiorire qui e ora, su questa terra, senza se e senza ma, con il giro di carte che ci è capitato in sorte: non esiste il giro perfetto, esiste il giocatore migliore. È con quelle carte che dobbiamo diventare quello che siamo destinati a essere, dando seguito e vita alla nostra essenza più vera».
«Era di questo che avevo bisogno, volevo il mare aperto, le rotte e le direzioni non le conoscevo, ma le onde non mi facevano paura. Avevo scelto l’ignoto, l’inquietudine, l’insicurezza, il pericolo e la caduta certa, l’errore e il fallimento».
Tutto dice sì – Disponibile dal 25 settembre
L’articolo Intervista a Domenico Capponi- Il nuovo romanzo Tutto dice sì proviene da Daily Mood.
