“Posso prenderli. Ma devo farlo in un cavallo di Troia”. Esordisce così, dopo pochi minuti, Sophia (Eiza González), agente speciale, donna che si muove in un mondo di uomini, sicura come e anche più di loro. Sophia è pronta per mettere in atto una “guerra amministrativa” contro un miliardario che vive al limite della legalità, mettendo in atto un gioco che punta a mettere in ginocchio un’organizzazione criminale, andando a minare la loro cosa più preziosa: i beni e i conti in banca. Guy Ritchie torna al cinema con In The Grey, un action thriller adrenalinico e imprevedibile che riflette il suo stile inconfondibile: ritmo serrato, dialoghi affilati, personaggi moralmente ambigui, e sequenze d’azione di grande impatto visivo.
Al centro della storia c’è una squadra segreta di agenti speciali capaci di muoversi abilmente nella “zona grigia” – quella che dà il titolo al film – tra potere, denaro e violenza, per recuperare una fortuna da un miliardo di dollari. Ma quando il piano devia improvvisamente dal percorso previsto, la missione si trasforma in una corsa senza regole, dove ogni alleanza è fragile e ogni scelta può essere fatale. La leader, come vi abbiamo raccontato, è Sophia. Accanto a lei ci sono due uomini, molto affiatati tra loro, Bronco (Jake Gyllenhaal) e Sid (Henry Cavill).
In The Grey è un film con qualcosa di nuovo, qualcosa di vecchio e qualcosa di prestato (ha anche qualcosa di blu, ogni tanto si vede il mare). È nuovo perché racconta questa “guerra amministrativa” che non è facile vedere sui nostri schermi e che, all’inizio, non è neanche facile seguire. Guy Ritchie qui prova a raccontare un mondo in cui il denaro viaggia veloce, con transazioni on line, trasferimenti immediati, bonifici on line. Per noi che eravamo abituati a quelle meravigliose valigette con dentro i soldi, o chissà che cosa, di tanti vecchi film noir, beh, almeno all’inizio è un po’ spiazzante. E lo stesso Guy Ritchie, che i trasferimenti di soldi era abituato a raccontarceli con scazzottate, coltelli, e pistole fumanti (come nei suoi primi film come Lock & Stock pazzi scatenati e Snatch – Lo strappo), appare un po’ spiazzato. Prova a farci capire questi trasferimenti con delle linee luminose che viaggiano sulla cartina geografica. Ma tutto resta un po’ freddo. Perché tutto questo non è affatto cinematografico. Quanto era più bella quella valigetta di Pulp Fiction che si apriva ed emanava solo quella magica luce?
E qui torniamo al problema classico di Guy Ritchie. Che è uno dei tanti “figli” putativi di Quentin Tarantino esplosi alla fine degli anni Novanta, sull’onda del suo cinema postmoderno. Ecco che, in questo senso, nel film, come in tutti i suoi, c’è qualcosa di prestato, lo stile. Di Tarantino Guy Ritchie ha sempre avuto la sfrontatezza, la vivacità, i movimenti di macchina. Ma non ha mai avuto la sua scrittura. E quindi la profondità e la tridimensionalità dei suoi personaggi. Entrambi amano essere i deus ex machina assoluti delle loro storie, giocano a fare quello che vogliono con i loro personaggi. Ma in Tarantino, per quanto assurdi, loro sono persone, in Ritchie sono pedine su una scacchiera, personaggi di un videogame. Li guardi muoversi, ma non ti interessa che fine fanno. Perché non sono veri.
È la “guerra amministrativa”, Lo dicono chiaramente, a un certo punto del film. Ma questa guerra non è mai davvero cinematografica, non è poi così avvincente. Così Ritchie prova a dare movimento alla storia facendo girare il mondo non solo ai soldi, ma anche ai suoi personaggi, come in un film di James Bond. Ma, anche qui, accade qualcosa di strano. In ogni scena, pur tra bombe, mitragliatrici, sequestri di persona – perché a un certo punto anche la guerra amministrativa deve diventare altro – non c’è mai il senso del pericolo, della ferita, della morte. E neanche il senso della seduzione. I personaggi sembrano dei supereroi completamente inscalfibili, refrattari a qualsiasi dolore, capaci di uscire da ogni scena puliti e senza neanche un graffio. E non interagiscono mai neanche a livello di tensione erotica, nonostante siano tre sex symbol.
La rivelazione del film, infatti, è Eiza González. L’avevamo già vista altre volte, ma mai così a fuoco, mai così sexy. La carnagione ambrata, la bocca carnosa che sembra disegnata, gli occhi piccoli e neri, come i capelli, la rendono un personaggio in grado di bucare lo schermo e tenere viva l’attenzione su di sé e sul film. Accanto a lei Jake Gyllenhaal è il personaggio “cool”, il tipo sempre sicuro di sé, il James Bond della situazione, anche se in abiti casual e rilassati, un po’ alla Miami Vice. Henry Cavill smette le tute attillate di Superman e indossa vestiti più anonimi, larghi, quasi a voler nascondere il fisico per far uscire il volto. In scena ci sono tre personaggi estremamente aitanti, che però, tra loro, non hanno mai chimica.
In The Grey, allora, è un film freddo, inerte. Non c’è ironia, non c’è approfondimento psicologico. C’è però una cosa che ci piace molto. È quel qualcosa di vecchio di cui vi parlavamo. È il fatto che tutto il film è girato alla vecchia maniera, dal vero. È qualcosa che oggi è sempre più importante, visto che sempre più film e serie sono girati davanti al green screen, in location virtuali, o con un massiccio uso di effettivi visivi. Qui vediamo tutta una serie di effetti vecchio stile, di stunt. Ci sono esplosioni, macchine che corrono e si ribaltano. Polvere. Ecco, la polvere è importante. Perché quando giri con la polvere, questa alla fine entra nell’inquadratura. E rende il film un po’ più sporco, quando tutto oggi è levigato e patinato. E, credeteci, oggi non è cosa da poco.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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L’articolo In The Grey: Il nuovo film di Guy Ritchie tra soldi e polvere. Eiza González, è nata una stella? proviene da Daily Mood.
