Stiamo assistendo a un periodo storico in cui è ormai diventata abitudine riproporre nei cinema grandi classici del passato, spesso in versioni ripulite e restaurate. Una modalità di fruizione utile sia per i distributori, in grado di attirare un’ampia fetta di pubblico con conseguenti buoni incassi, sia per il pubblico stesso, a cui è concesso di poter rivedere su grande schermo capolavori magari mai goduti nell’atmosfera unica della sala.
Anche il sommo Stanley Kubrick non è rimasto immune a tale tendenza; nel mese di maggio è stato infatti ripresentato il suo ultimo film, Eyes Wide Shut, uscito postumo nel 1999 e straordinario addio di uno dei migliori registi che la Settima Arte abbia mai generato.
Quando si parla della pellicola con protagonisti Nicole Kidman e Tom Cruise, si sprecano le analisi, le riflessioni, i giudizi contrastanti. C’è chi lo ama senza remore, chi lo detesta, chi non l’hai mai capito e di conseguenza lo ha consegnato all’oblio o al rifiuto. Alcuni ne rimasero scioccati o turbati alla prima visione per poi nemmeno provare più a concedergli una seconda chance, altri lo hanno rivalutato nel tempo. Per numerosi rappresentanti di platea e critica è stata invece adorazione immediata.
Eyes Wide Shut ha trascinato con sé una ridda spesso antitetica di opinioni discordanti, nonché di interpretazioni di volta in volta superficiali o approfondite, condivisibili o decisamente ardite. A ben guardare, si è però forse tentato di scavare sin troppo in profondità nei meandri narrativi di ciò che era ed è soprattutto un sogno, anzi un Doppio sogno (come recita il titolo italiano del racconto di Arthur Schnitzler da cui il film è tratto), al posto di lasciarsi soltanto trasportare dalle sontuose immagini messe in scena, cercando di liberare la mente.
In Eyes Wide Shut ci sono personaggi che si muovono e ballano in ricevimenti d’alto tenore tra eleganti smoking da uomo e luccicanti gioielli da donna, accompagnati da inquadrature simmetriche che li racchiudono in quadri di elegiaca fattura. E poi, in direzione parallela e contraria, ci sono il senso intimo del rapporto di coppia, gli inesplicabili richiami del desiderio, i cattivi presagi del tradimento, i giochi del mistero, il confronto serrato tra bugia e verità. Il meraviglioso congedo kubrickiano è un denso fiume dell’anima, una tormenta di cuori, una condanna esiziale ma anche un massacro con (piccola) speranza di salvezza. È una parola d’ordine che apre la porta della lussuria, l’ingresso nel gorgo infernale del segreto, il corpo da suggere o distruggere e lo spirito che si perde nella nebbia del proibito. Ma pure l’intraducibile direzione della fantasia.
Ecco perché andrebbe ammirato (ancora e ancora) senza preoccuparsi troppo del Senso, bensì facendosi
semplicemente cullare dal magma delle percezioni, un po’ come per gran parte delle opere di un altro assoluto Maestro che da poco ci ha lasciato, David Lynch. Senza cercare a tutti i costi la spiegazione dell’enigma. Poiché il Sogno, per sua natura e definizione, è un frammento di vita che si affranca da ogni gabbia di razionalità. Sino al risveglio.
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