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    Home»Senza categoria»Supergirl: Milly Alcock è l’eroina che serve ai nostri tempi
    Senza categoria

    Supergirl: Milly Alcock è l’eroina che serve ai nostri tempi

    By 25 Giugno 2026Nessun commento5 Mins Read
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    “Se tuo cugino è Superman, tu sei Supewoman?” “No, sono Supergirl”. “Ma quanti anni di differenza avete?” “Ci sono circa dieci anni di età di differenza tra me e lui”. “E allora perché lui è Superman e tu sei…”. Supergirl, alias Kara Zor-El, la cugina di Superman, tronca il discorso qui. Questa conversazione, tra Supergirl e una giovane orfana che ha preso sotto la sua protezione, porta alla luce uno dei tanti misteri di cui il mondo dei fumetti è pieno. Ma, soprattutto, dà un’idea di quello che è il tono di Supergirl, il nuovo film dei DC Studios, al cinema dal 25 giugno distribuito da Warner Bros. Pictures, con Milly Alcock nel doppio ruolo di Supergirl/Kara Zor-El. Alla regia c’è Craig Gillespie, con la sceneggiatura di Ana Nogueira. Ma il nume tutelare dell’operazione è ovviamente James Gunn, il regista de I Guardiani della Galassia che, lasciato l’universo Marvel, è a capo del nuovo DC Extended Universe, e lo scorso anno ha dato il via alle danze con il nuovo Superman. Il tono è quello di Gunn: ironico, irriverente, comico, non senza momenti che dovrebbero essere più intensi. E Craig Gillespie, il regista di Tonya, è un altro cineasta che sa maneggiare l’ironia.  Tutto, insomma, dovrebbe andare a dama in questo film. E invece non tutto funziona, e Supergirl è un passo indietro rispetto all’interessante Superman dell’anno scorso.

    Quando un avversario inaspettato e spietato colpisce troppo vicino a casa, Kara Zor-El, alias Supergirl, è costretta a stringere un’improbabile alleanza intraprendendo un’epica avventura interstellare all’insegna della vendetta e della giustizia. Detta così, è una storia come tante. Quello che dovrebbe fare la differenza è il personaggio su Supergirl, disegnato in modo insolito. La Kara che vediamo in scena è una ragazza problematica, dedita all’alcool, disordinata e disagiata, senza amici, se non il fidato cane Krypto. La Supergirl che è in scena per tre quarti di film non indossa nemmeno la tua con la “S”, ma una t-shirt dei Blondie, uno spolverino di pelle, jeans e stivali, ha spesso gli occhiali scuri sul volto, come una sorta di rockstar in perenne hangover.

    Supergirl, insomma, non è Superman. È questo il primo messaggio del film. Kara ha avuto una storia diversa, più dolorosa, più tormentata. E i traumi li porta ancora con sé. È scortese, rude. Non ha la fiducia, il senso estremo del bene di Superman. “Lui è un nerd, ha un cuore leggero” dice di lui Kara. La Supergirl che vediamo per gran parte del film è l’eroe per caso, quello che non crede che da grandi poteri derivino grandi responsabilità. È un po’ come il protagonista di Lo chiamavano Jeeg Robot: non crede che avere dei poteri implichi usarli per aiutare gli altri. I suoi genitori, prima di spedirla sulla Terra per salvarla da un pianeta morente, l’avevano avvisata. Lì avrai grandi poteri e dovrai usarli per chi ne ha bisogno. Questa frase, a un certo punto, tornerà in mente alla nostra eroina.

    Da quando dirigeva I Guardiani della Galassia, James Gunn ha in mente un’idea: che il modo migliore per rendere efficace l’epica dei supereroi sia non prenderli sul serio, scherzarci su, conquistare il pubblico con il divertimento per poi farlo anche commuovere e riflettere. Il gioco, nei tre film dedicati al team di supereroi Marvel, funzionava piuttosto bene. Qui un po’ di meno. E funziona anche meno bene di Superman. Il problema del film è soprattutto di sceneggiatura. Ci sarebbero molti temi, da due ragazze orfane e diventate adulte troppo presto, al traffico delle spose bambine. Ma tutto rimane sullo sfondo per lasciare spazio a lunghi, interminabili combattimenti, forse anche per introdurre il personaggio di Lobo (Jason Momoa). La storia ci sarebbe, il personaggio anche, ma c’è pochissima introspezione. E poi c’è un problema di tono. Se per gran parte del film provi a farci sorridere finisci per uccidere tutto il pathos possibile. E, quando vorresti che il film fosse drammatico, o commovente, hai già allontanato e fatto uscire il pubblico dalla storia. Si dice, poi, che più riuscito il cattivo più riuscito è il film. E il cattivo di Supergirl è davvero poco interessante.

    Supergirl, che in fondo è una space opera che ammicca in vari punti a Star Wars e a I Guardiani della Galassia (le parti girate sulla terra, a Metropolis e intorno alla base artica di Superman, sono pochissime, così come le apparizioni del supereroe di David Corenswet) sembra volutamente una continua citazione di un certo cinema degli anni Ottanta, da Mad Max a 1997: Fuga da New York fino ad Highlander, ma fuori tempo massimo. Una cosa è fare quei film allora, con l’ingenuità del tempo. Una cosa è farli oggi, senza attualizzarli e contestualizzarli.

    C’è una cosa che spicca, però in questo Supergirl. È sbagliato il film, ma è riuscito il personaggio. Pur se i suoi traumi non escono a sufficienza, la Kara di Milly Alcock è un personaggio riuscito, e farà benissimo nei prossimi film della saga, a partire dal prossimo Superman. Quella dell’attrice australiana è una bellezza insolita, perfetta per il personaggio che deve interpretare. Ha gli occhi piccoli e uno sguardo di ghiaccio tagliente, il viso da bambina perennemente imbronciata, i capelli ricci e arruffati. È una donna che si muove in un mondo di uomini violenti e che non la dà mai vinta a loro, ma reagisce a ogni sopruso. È l’eroina che serve ai nostri tempi. E siamo curiosi di vederla nelle sue prove migliori.

    di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
















    L’articolo Supergirl: Milly Alcock è l’eroina che serve ai nostri tempi proviene da Daily Mood.

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