La prima volta che ho conosciuto l’Odissea avrò avuto cinque o sei anni. Mio padre mi raccontava la storia di Ulisse e del suo viaggio ogni sera, a cena, e ne rimanevo incantato. La mia mente, presa da quel racconto, viaggiava e immaginava tutto. Quelle immagini erano così vivide, precise, potenti che non le ho più scordate. Ora che l’Odissea è diventato un film, per la regia di uno dei registi più grandi del nostro tempo, Christopher Nolan, al cinema dal 16 luglio, queste immagini ritornano. E mi fanno pensare a due cose. Che l’Odissea è uno dei racconti più belli di sempre, un racconto universale, che è adatto dai cinque ai cento anni di età. E che, una volta arrivato al cinema, ci regala un piacere enorme. Quello di vedere prendere forma i propri sogni, le proprie visioni, ciò che abbiamo sempre immaginato. L’Odissea è una storia che al cinema e in televisione abbiamo tutto sommato visto poco. L’abbiamo soprattutto sentita raccontare, l’abbiamo letta, l’abbiamo sempre immaginata più che vista. Ora tutto questo prende forma. Ed è una forma potentissima.
Christopher Nolan, con il suo cinema, ha sempre cercato in qualche modo di giocare con il tempo. Il movimento a ritroso del racconto di Memento, lo sfasamento dei piani temporali in Dunkirk, il tempo dei sogni che scorre in tempo diverso rispetto a quello della realtà in Inception. E il tempo stesso rivoltato e piegato ai propri voleri in Tenet. Nell’Odissea Christopher Nolan non ha bisogno di giocare con il tempo. L’Odissea è già così, scritta con i suoi flashback e con quella particolare costruzione temporale, segno che all’epoca si sapeva già tutto di come si costruisce una storia. Al tempo stesso, Nolan gioca con il tempo perché va a raccontare una vicenda che è sì storia, ma è soprattutto leggenda. È qualcosa che avviene nella notte dei tempi, così lontana da perdersi tra le nebbie del mito e astrarsi dalla realtà, diventare fantasia, immaginazione, reinvenzione. In fondo l’epica è storia ma è anche fantasy e in questo senso ogni personaggio è simbolico, ogni vicenda è archetipica. L’Odissea è allo stesso tempo reale e astratta, ed è per questo che può essere raccontata anche con libertà nei costumi, nei corpi e nei volti, nelle parole.
Guardando l’Odissea e ripercorrendo la sua storia, è evidente perché Christopher Nolan ami Ulisse. È un’anima a lui affine. Entrambi sono maestri nel trucco, nell’inganno. Ulisse è un maestro nell’ingannare e manipolare chi ha davanti, Nolan è uno specialista nel manipolare il suo pubblico, ovviamente con la complicità del pubblico stesso. The Prestige era un film che parlava proprio di questo, di quel trucco e quel patto con lo spettatore che era il gioco di prestigio e in fondo è anche il cinema. Inception era un viaggio nel mondo dei sogni dove le regole erano sovvertite ed era tutto possibile. Ma proprio nella messa in scena dell’Odissea Christopher Nolan non ha bisogno di nessun trucco perché è già tutto nel poema di Omero. C’è solo una cosa da fare in questo caso. È trasporre tutto nel modo più grande possibile. Tutto deve essere enorme perché l’epica è questa. È un racconto che parte da una base storica, ma che, tramandato nei secoli, diventa sempre più ricco, eccessivo, immaginifico.
Ricordate The Prestige? La cosa più importante, il trucco del prestigiatore, era quello che non si vedeva. E il cinema di Nolan è stato sempre sospeso tra il vedere e il non vedere. Memento era la storia di un uomo che non vedeva nel proprio passato, Insomnia quella di un uomo che non distingueva tra bene e male, The Prestige, come detto, parlava di un artista che non faceva vedere al pubblico il segreto del suo gioco. Man mano il cinema di Nolan è diventato altro, ma questo tema torna sempre. Polifemo, di fatto, è un uomo che, dopo la mossa di Ulisse, è accecato nel suo unico occhio e non può vedere. Ma è interessante anche come Nolan costruisce la sua entrata in scena. Non vediamo subito il ciclope, ma vediamo prima lo stupore e il terrore negli occhi di Ulisse. Poi il buio che il masso posto all’entrata dell’antro, una volta chiuso, crea. E infine, ecco Polifemo.
Nell’Odissea c’è dentro tutto il cinema di Nolan. Come in Memento, Ulisse per un certo periodo ha perso la memoria, annebbiato dai fiori del loto, e dalla tela tessuta dalla ninfa Calipso. Non ha memoria di sé, dei suoi compagni, della sua storia, della sua famiglia. Rimane lì per sette anni, passati come se fossero pochi giorni. Ed è un po’ come se avesse vissuto lo scorrere del tempo diverso tra la Terra e lo spazio di Interstellar. La famosa statua del Cavallo di Troia, all’inizio del film, è abbandonata su una spiaggia che sembra quella di Dunkirk. E potremmo andare avanti ancora a lungo.
L’Odissea è un racconto così grande perché mette in scena tutte le nostre paure. La paura di cedere alle tentazioni (il canto delle sirene), di perdere la nostra umanità e vivere come bestie (la maga Circe), di non poter tornare nella propria casa ad abbracciare i nostri familiari, di fallire, di disonorare i defunti. C’è, in tutto il film, un continuo rimando a quella ‘legge di Zeus’, che allora era un dettame divino e che, rapportata ai nostri giorni, può essere vista come un senso di rispetto e di pietà verso il prossimo che sembra essere sparito.
È proprio se pensiamo a questo aspetto che il film acquista un nuovo senso. Alla fine del film, quando Ulisse, sotto mentite spoglie, tornato ad Itaca parla con Penelope, racconta di “dieci anni di rabbia che ricadono su una città in una sola notte”. Le immagini della caduta di Troia ripartono, e stavolta vediamo le stragi degli innocenti, il disonore che c’è nella guerra, i suoi eccessi. “Bruciare le mura di Troia ha significato bruciare il mondo intero” dice Ulisse. E quanto mai immagini e parole sembrano rispecchiare il mondo di oggi, le guerre e le stragi in atto. “Una nuova alba risorgerà oltre l’oscurità del mondo. I nostri errori verranno dimenticati” afferma Ulisse. È stato davvero così?
Una parte fondamentale del cinema di Nolan, e di questa Odissea, sono gli attori. Matt Damon è Ulisse, Anne Hathaway è Penelope, Robert Pattinson è Antinoo, Tom Holland è Telemaco, Zendaya è Athena, Charlize Theron è Calipso. Sono i divi del cinema e qui non nascondono mai di esserlo. Ma sono perfettamente credibili nei loro personaggi. Si dice che, per essere realistici, gli attori debbano scomparire nei loro personaggi. Qui sono sempre se stessi. È Nolan che li eleva, ne accresce l’aura. Accentua la loro condizione di divi, termine che nella sua accezione vuol dire divini, vicini agli Dei. È proprio questo che sono i personaggi della mitologia greca, è proprio questo che vuole l’epica. Personaggi enormi. Le interpretazioni degli attori sono intense, quasi teatrali, eppure non sembrano mai artefatte. Quei personaggi ci sembrano lontani, epici, eppure anche familiari. Così lontani e così vicini a noi. L’Odissea di Nolan è un racconto bellissimo. Quasi quanto quello che un padre poteva fare, la sera, a un bambino di cinque anni.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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