Da dove iniziare per raccontare la penultima giornata del Festival di Venezia? È stata una giornata di emozioni contrastanti. Da un lato c’è stato il piacere di rivedere un grande attore italiano, uno di quelli più amati, come Toni Servillo, nei panni di un nonno in Scherzetto di Mario Martone, tratto dal libro di Domenico Starnone. Un ruolo leggero, divertente, che gli ha fatto scoprire alcuni lati di sé. Dall’altro lo sconvolgente NAZA di Yuval Abraham e Rachel Szor, due degli autori di No Other Land, che racconta la tragedia di Gaza da un punto di vista inedito, che ha lasciato ammutoliti i giornalisti alla proiezione per la stampa e ha ottenuto 25 minuti di applausi alla proiezione ufficiale in Sala Grande.
Scherzetto è una storia piccola, intimista, girata tra quattro mura. E un balcone, il vuoto, le voci della strada che risalgono con la loro oscena vitalità, e poi la sfida tra un nonno e un nipotino. Il nonno, Daniele Mallarico (Toni Servillo), ha superato i settant’anni, è un noto illustratore che, ormai vedovo, vive da solo a Milano. Il nipote si chiama Mario, cinque anni, una peste che parla come un libro stampato, conosce tutto, sa fare tutto, spiega ogni cosa. I suoi genitori sono orgogliosissimi di lui. È stata proprio la figlia Betta a chiedere a Daniele di tornare a Napoli, nella casa di famiglia, per tenere per qualche giorno Mario mentre lei e il marito, Saverio, sono fuori per un convegno, ma certo non poteva immaginare… Tra quattro mura e un balcone, si consuma un vero e proprio duello che mette Daniele di fronte ai suoi fantasmi. Martone ha voluto fortemente dirigere questo film, che doveva essere affidato a un giovane regista, per quanto aveva amato il libro di Starnone. E ha voluto girarlo in una vera casa, e non ricostruire i set in studio, perché tutto fosse più reale e si sentisse il senso del luogo chiuso, un luogo che ha una storia, un passato, che spaventa. E poi il balcone, qualcosa che fa paura. “Io soffro di vertigini, come credo Mario Martone” ha raccontato Toni Servillo. “Trovo efficace la metafora del balcone come immagine della paura di fronte non tanto all’altezza, ma al vuoto. Il mio Daniele sente che è il vuoto che ha dentro di sé”. “Mi affascina che il mio personaggio si interroghi sul suo valore” ha aggiunto. “A un certo punto si domanda: io corrispondo alle cose che faccio? O mi sono costruito un’immagine di me sulla base del credito che gli altri mi hanno dato?”. Sono interrogativi che, se ci pensiamo, sono universali.
Si cambia completamente registro se si pensa a NAZA di Yuva Abraham e Rachel Szor, che, come si può immaginare, è un film che ha sconvolto Venezia e che probabilmente dirà la sua quando si tratterà di assegnare i premi. Il film è un documento importante e scomodo: sono state raccolte le testimonianze di 24 membri dei servizi segreti e dell’esercito israeliano che dopo il 7 ottobre del 2023 hanno partecipato alla distruzione di Gaza. Il documentario è breve (solo 80 minuti), freddo, incisivo e non arriva a conclusioni. Vuole solo raccontare come vengono sacrificati uomini, donne e bambini: NAZA è proprio l’acronimo che viene usato in Israele per definire i danni collaterali. Ecco cosa hanno spiegato gli autori nelle note di regia. “Molte delle rivelazioni contenute nel film sono state pubblicate quasi subito dopo che ne siamo venuti a conoscenza, nei mesi successivi agli attacchi del 7 ottobre, da The Guardian (tra i produttori di NAZA), in collaborazione con i partner d’inchiesta +972 Magazine e Local Call. Il film ci permette di esplorare qualcosa di più profondo rispetto al solo giornalismo d’inchiesta: non solo le parole pronunciate, ma anche quelle non dette, il silenzio. Spetta a tutti noi rompere quel silenzio”. Vedremo l’impatto che un film di questo tipo avrà tra i premi del Festival di Venezia.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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