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    Home»Senza categoria»George Michael: The Faith Tour: quando l’ex Wham divenne icona
    Senza categoria

    George Michael: The Faith Tour: quando l’ex Wham divenne icona

    By 3 Novembre 2026Nessun commento7 Mins Read
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    Un chiodo di pelle nera, griffato BSA, un noto marchio di motociclette. Gli occhiali da sole Ray-Ban a goccia sugli occhi. I jeans chiari Levi’s, degli stivali con punta e tacco d’acciaio, che nel famoso video battevano contro un juke-box. È questo il famoso look di George Michael nel periodo di Faith, una canzone e un album che hanno lanciato definitivamente la sua carriera solista nel 1987 e nel 1988 con l’omonimo tour mondiale. Ed è proprio un salto indietro nel tempo assistere al film concerto George Michael: The Faith Tour, il film diretto da Andy Morahan e David Austin, al cinema dal 6 novembre distribuito da Universal Pictures. Sono le immagini restaurate in 35mm di due storiche date parigine al Palais Omnisports di Bercy, registrate all’epoca con quattordici telecamere, che trasmettono la sensazione di essere lì, nel mezzo del concerto, ad assistere allo show di un’artista in stato di grazia. Il concerto si segue tutto d’un fiato, dall’inizio alla fine, senza intermezzi. L’intervista, le immagini d’archivio, le fotografie, vengono lasciate all’inizio, al cortometraggio Finding Faith, firmato da Mary McCartney. Poi arriva il concerto, praticamente integrale.

    Quella a cui assistiamo in George Michael: The Faith Tour è la nascita di una popstar mondiale. Nel 1986 la sua band, gli Wham, si erano sciolti. George Michael era già una dele figure di successo del pop. Ma voleva essere considerato un grande artista, un grande autore di canzoni. Uno al livello di Prince e Michael Jackson. Scrisse tutte le sue nuove canzoni, decise di suonare da solo tutti gli strumenti perché solo lui poteva capire il feeling giusto che doveva avere ogni canzone. Quella parola, “Faith”, era la fiducia nel fatto che la vita potesse avere ancora in serbo qualcosa per lui.

    Ed eccolo, finalmente da solo nei videoclip  – I Want You Sex e poi Faith – e poi sul palco. Eccolo con quel look da biker: giacca di pelle, jeans, occhiali, un look da vero duro. Un look rétro, cinematografico, più adulto, che veniva dopo le t-shirt e i pantaloni corti degli Wham. Quella di Faith è un’immagine legata agli anni Cinquanta e Sessanta, arrivata nella seconda metà degli anni Ottanta, quando la moda, dopo essersi proiettata nel futuro e avere osato molto, sembrava riscoprire il passato, e quindi quegli anni, come stavano facendo anche la musica e il cinema. “Non era molto diverso da come mi vestivo” racconta George Michael. “Non ero qualcuno che cerca di sembrare qualcun altro”. Quel look lo avrebbe trasformato immediatamente in icona, e lo avrebbe anche ingabbiato in un ruolo, quello del macho, del sex symbol, della popstar, quando l’ex Wham avrebbe già voluto essere altro. Dichiarare, ad esempio, la sua omosessualità. Essere considerato prima di tutto un cantautore. Così, per il seguente album Listen Without Prejudice Vol. 1, avrebbe scelto di fare un video solo con le parole della canzone, Praying For Time. E avrebbe deciso, in un altro video, Freedom! ’90, di non apparire ma di far recitare le più famose top model di quegli anni. È il video in cui taglia con il passato, in cui sceglie di bruciare i simboli dell’era Faith, come il famoso giubbotto di pelle e il juke-box.

    Quel chiodo, con le maniche arrotolate e i risvolti in raso rosso, è invece ancora ben presente a Parigi, nel 1988. Una gabbia si apre mentre sentiamo le note del famoso organo che apriva Faith. Ma il concerto inizia con I Want You Sex, un funk elettronico e piccante che era stato il primo singolo dall’album, uscito nell’estate del 1987 suscitando un certo scandalo. Sulla stessa linea, si continua con Hard Day. Ma George Michael non è lì su quel palco solo per mettere in scena il suo repertorio. Vuole anche misurarsi con i grandi del passato. E già alla terza canzone si gioca un classico di Stevie Wonder, Love Is In Need Of Love Today, dimostrando che, a dispetto dell’immagine rock e dei primi singoli pop, George Michael è sempre stato soprattutto un cantante soul, un cantante dall’anima “nera” nel corpo di un bianco. Lo vediamo anche più tardi, quando canta I Knew You Were Waiting For Me, trascinante brano soul che aveva interpretato con Aretha Franklin qualche anno prima, e dei classici del funky come Play That Funky Music dei Wild Cherry e Lady Marmalade di Patti Labelle. È lì che sarebbe arrivata la sua carriera. Ma qui già si vede il suo futuro.

    Hanno un’anima black anche le canzoni più intense dell’album Faith, che fanno la parte del leone anche in questo concerto. Father Figure è un pezzo r’n’b, un gospel profano con tocchi arabeggianti, una canzone carica di desiderio e di passione. One More Try, forse la canzone dell’album a cui George Michael tiene di più, è una canzone soul che l’organo Hammond e l’arrangiamento portano verso un suono anni Sessanta, e che è impreziosita da una prestazione vocale straordinaria. È un momento che ci ricorda di quando, ai concerti, illuminavamo le sale con gli accendini invece che con gli smartphone. Ad alzare il ritmo torna il funky elettropop di Monkey, un’altra canzone di Faith, anche questa diventata un successo mondiale come le due canzoni di cui sopra e i primi due singoli, un pezzo davanti al quale è impossibile restare fermi. George Michael, dopo il chiodo, indossa un giubbetto di jeans pieno di spille e catene, molto anni Ottanta, anche un po’ punk. E poi semplicemente una t-shirt bianca ornata con due vistose bretelle nere.

    È così che si presenta alla prova di Faith, quel brano rockabilly acustico che è diventato un simbolo della sua carriera. Faith è il brano di quell’album che è rimasto più impresso, che è ancora suonato dalle radio, dalle cover band, nei talent e nei karaoke. Lo abbiamo sentito usare anche da Ridley Scott nel famoso film House Of Gucci. È il brano che più di ogni altro George Michael usa per giocare con il pubblico. Prima lanciando degli indizi: la famosa chitarra acustica, gli stivali, gli occhiali. E poi lasciando cantare interamente il pubblico, prima di riprendersi la canzone e cantarla lui. Il pubblico di Parigi la sa tutta. E la sai anche tu che stai guardando il film. Faith è una canzone che, anche se credi di non saperla, la sai. È questo che capita con i grandi pezzi.

    Il Faith Tour non è ovviamente solo le canzoni di Faith. È anche fatto dei classici della black music di cui abbiamo parlato. Ci sono i successi degli Wham. Non quelli più scontati, ma quelli che si adattano di più al mood della nuova musica di George Michael. Everything She Wants, che parte lenta per poi diventare un funky soul vicino ai suoni del nuovo album. E I’m Your Man, che è un soul più caldo e trascinante, e in questa setlist ci sta benissimo. E poi ci sono le prime canzoni soliste di George Michael. L’epocale Careless Whisper, che parte solo con voce e tastiere prima della proverbiale esplosione di sassofono: tocca a lei chiudere il set prima dei bis. E la sottovalutata A Different Corner, canzone più sommessa dai toni vagamente sixties.

    Negli encore c’è ancora prepotentemente il George Michael sex symbol. È questo il momento in cui arriva la provocante Lady Marmalade di Patti Labelle, in cui la star duetta con la corista tra canto e ammiccamenti. E poi si chiude il cerchio con I Want Your Sex, che alla prima parte unisce anche la seconda parte, in cui la canzone da sintetica diventa calda e suonata da una sezione di fiati. George Michael adesso indossa un altro chiodo, stavolta griffato Harley Davidson e decorato da borchie e spille. Sotto, solo una canotta nera. Arriva di nuovo l’organo dell’introduzione e davanti a lui e alla band si chiude la gabbia che contiene i musicisti. È la fine di uno show perfetto. Ma è anche un’immagine simbolica. Perché in quel ruolo e in quell’immagine George Michael sarebbe rimasto ingabbiato a lungo.

    di Maurizio Ermisino per DailyMood.it














    L’articolo George Michael: The Faith Tour: quando l’ex Wham divenne icona proviene da Daily Mood.

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