In Amare e perdere, disponibile su Netflix, Emine Meyrem interpreta Afife: una sceneggiatrice, una donna che lavora, ama, prende posizione. Un personaggio raro nell’industria seriale turca, ancora più raro perché profondamente umano, ironico, imperfetto. Per l’attrice — cresciuta tra Turchia, Italia, Belgio e Francia — Afife non è solo un ruolo, ma una sorta di specchio.
«È il personaggio più vicino a me che abbia mai interpretato», racconta. Tanto che già alla prima lettura del copione, insieme alla sua agente, la reazione è stata istintiva: “Ma questa sono io”. A scriverla è Yavuz Turgul, maestro del cinema turco, che sette anni dopo un primo provino mai andato in porto l’ha richiamata con una frase netta: “Questo ruolo è fatto su misura per te”. E così è stato.
Afife ha l’energia, la determinazione e l’urgenza creativa che appartengono anche a Meyrem, ma è più coraggiosa. «Io vivo in Europa, sono cresciuta con libertà che spesso diamo per scontate». In comune hanno anche il senso dell’umorismo, una goffaggine tenera che segna una svolta nel suo percorso: «È la prima volta che interpreto una donna un po’ burlesca. Finora mi avevano sempre affidato ruoli intensi, tragici. Qui mi sono divertita moltissimo».
La vera prova, però, non è stata emotiva ma fisica. Otto episodi, quasi tre mesi di riprese. «Serve la disciplina di un’atleta. Una serie è una maratona».
Con l’arrivo su Netflix, il pubblico si allarga e con lui anche la responsabilità. Meyrem non usa giri di parole: «Raccontare una società non significa normalizzarne le storture». È per questo che ha rifiutato molti ruoli. Non aderisce a una certa rappresentazione femminile ancora dominante in alcune serie turche. Afife, in questo senso, è una presa di posizione. Lo è anche la scelta di affiancarla a un attore amatissimo come İbrahim Çelikkol senza ringiovanirla o adeguarla a canoni irreali.
«Una donna della stessa età, non rifatta, non ventenne: non è una scelta scontata. È politica». E il messaggio è chiaro: «Non dobbiamo corrispondere a fantasie “lolita”. Possiamo affermarci così come siamo».
La sua identità multipla non è una strategia, ma una condizione naturale. Lingue, paesi, culture si intrecciano fin dall’infanzia. «Sono nomade da quando sono nata». Questo nomadismo apre possibilità, ma ha un prezzo: meno visibilità, meno appartenenza. «Sono un’attrice fantasma», le ha detto una volta un’agente. Troppo italiana per i turchi, troppo turca per i francesi. «Un’aliena per tutti. E va bene così».
Dietro ogni ruolo, però, c’è un metodo rigoroso. Studio, tempo, preparazione. «Si parte dalla testa e si arriva al corpo. Dal controllo all’abbandono». Con Turgul ha provato per un mese e mezzo prima delle riprese. Un lusso, oggi. «Ma senza tempo non c’è qualità».
Dal teatro delle ombre ai set internazionali, il filo resta lo stesso: raccontare storie. «È un bisogno vitale». Scriverle, incarnarle, farle passare attraverso il corpo. «Scrittori e attori fanno la stessa cosa: danno vita ai personaggi».
E la femminilità? Meyrem risponde citando la nonna: «La moda è quello che ti sta bene addosso». Vale anche per l’identità. Nessun modello unico, nessun filtro. «Mi spaventa un mondo che cancella le imperfezioni. La bellezza sta lì». Quella che sente di raccontare oggi è una femminilità che non chiede permesso. Libera. Imperfetta. Reale.
L’articolo Emine Meyrem: “Non dobbiamo corrispondere alle fantasie degli altri” proviene da Daily Mood.
