Siamo in uno di quelle zone residenziali per anziani, fatte di villette tutte uguali con giardino. Una donna sta guardando il suo quiz preferito. In videochiamata parla con il marito, che è in una casa di riposo. “Il gufo è nel muro” le dice lui. E sia lei che il personale lo prendono alla leggera e gli dicono di andare a dormire. Poco dopo, però, nel buio, la donna viene aggredita da un’entità paranormale. Un mostro, un alieno, o cosa? Il posto in cui siamo si chiama The Boroughs. E The Boroughs è anche il titolo della nuova serie dei Duffer Brothers, i creatori di Stranger Things, che è appena arrivata su Netflix.
Golden Years di David Bowie risuona nell’auto di Sam mentre la sua famiglia lo sta portando in questa città speciale, solo per adulti. “Anni d’oro”, dicono le parole della canzone, che suona ironica e beffarda visto che parliamo di una storia nella terza età. Sam Cooper (Alfred Molina) in questo buen ritiro non ci sarebbe voluto venire. Era la moglie che aveva scelto questo posto arido, ai confini del deserto, nel New Mexico. Non amava gli inverni rigidi di Chicago. Ma è venuta a mancare. E Sam si trova da solo. Una volta era un ingegnere: ora è un “prigioniero”, come dice lui.
I Duffer Brothers sono ancora tra noi. E la loro cifra si mantiene. Siamo ancora in qualche modo negli anni Ottanta, non come ambientazione, ma come atmosfere. Non siamo nei film alla Spielberg o alla Stephen King di Stranger Things, ma in un altro mondo, quello di Cocoon. E siamo ancora in una storia che si muove tra naturale e soprannaturale. Le creature che vediamo sembrano un po’ dei demogorgoni: braccia lunghe, artigli. Anche qui i Fratelli Duffer scelgono come protagonisti dei personaggi agli estremi del ciclo vitale. Lì erano dei giovanissimi, qui sono persone alla soglia della terza età che, si sa, a volte sono come dei bambini. È un po’ come se dicessero: facciamo Stranger Things ma facciamo il contrario di Stranger Things.
Il protagonista assoluto è Alfred Molina, convincente, credibile, mattatore senza eccedere mai nei toni. Anzi, lavorando per sottrazione. Il suo rimanere incredulo, distaccato, alieno rispetto a questo mondo che sembra costruito per quelli come lui, è la vera forza del film. Quello di Sam Cooper è un topos narrativo: l’uomo che si sente nel posto sbagliato. Quello che, nonostante tutto sembri idilliaco, sente che c’è qualcosa che non va. Il Matto Shakespeariano. L’uomo che è uscito dalla caverna nel famoso mito di Platone. O, se volete, il Truman Burbank di The Truman Show. Accanto a lui, ci sono altri grandi attori, come Bill Pullman e una Geena Davis per cui gli anni sembrano non essere passati. È ancora bellissima. Ed è bello rivederla proprio nei giorni in cui, accanto a Susan Sarandon, campeggia sui manifesti del Festival di Cannes in un’immagine di Thelma & Louise.
The Boroughs è un luogo privato. È un mondo chiuso, che ha una sua polizia, un suo servizio sanitario. E un suo manicomio. Qualcuno volò sul nido del cuculo anche qui, insomma. E qualcuno scappò da lì, proprio come nel famoso film. È Edward, quell’uomo che parlava del gufo nel muro. Ma siamo sicuri che le cose che vede non esistano? Siamo sicuri che sia davvero matto?
I Duffer Brothers qui sono alla produzione, ma non alla scrittura (la sceneggiatura è firmata da Jeffrey Addiss e Will Matthews) alla regia, come erano solo produttori nella serie Something Very Bad Is Going To Happen. Come nelle loro serie precedenti, la produzione è ricca e curatissima, in ogni dettaglio: immagini perfette, ambientazione ricercata, grandi attori. E una grande colonna sonora, che va da David Bowie a Bruce Springsteen. Ma manca la magia, la suggestione, l’incanto, l’avvolgimento. Forse dipende anche dal target. Le passioni dei ragazzi cresciuti negli anni Ottanta ci ricordano come eravamo. Le sensazioni di questi personaggio anziani forse sono un po’ distanti da noi.
Ma The Boroughs è interessante perché parla del passato, dei ricordi e, soprattutto, del tempo. “Qui la gente viene per vivere. Tutti qui cercano di capire che cosa fare con il tempo che ci rimane. Che tu sia un giovane uomo o un anziano non ha importanza. Ma qui hai a disposizione non uno ma tre campi da golf da 18 buche l’uno. In quale posto trovi così tante mazze per sfogare la tua rabbia?”. È il discorso che Jack, il vicino di casa interpretato da Bill Pullman, fa a Sam per fargli capire il senso di tutto questo. Ma c’è un altro discorso, fatto da un medico, che ci è rimasto impresso e che dà ulteriormente il senso a quello che stiamo vedendo. “Il dolore rende il passato vicino a noi e rende il futuro troppo lontano”.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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L’articolo The Boroughs – Ribelli senza tempo: Stranger Things della terza età. Su Netflix proviene da Daily Mood.
