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    Home»Senza categoria»The Testaments: Il “Racconto dell’Ancella” non è finito. E, anche se non sembra, è ancora più doloroso
    Senza categoria

    The Testaments: Il “Racconto dell’Ancella” non è finito. E, anche se non sembra, è ancora più doloroso

    By 8 Aprile 2026Nessun commento7 Mins Read
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    Una casa delle bambole. Una casa perfetta, pulita, ricca, elegante. Con dentro tante bambole, ognuna di un colore ben preciso: verde, azzurro, beige, prugna. Gli occhi di Agnes la stanno guardando dall’esterno, mentre è nella sua stanza. È la prima immagine di The Testaments, un nuovo capitolo ideato dallo showrunner e dagli executive producer di The Handmaid’s Tale, che debutta l’8 aprile su Disney+ a livello internazionale e su Hulu negli Stati Uniti con i primi tre episodi, seguiti da nuovi episodi ogni settimana. Nel frattempo, su Disney+ arrivano anche tutte le stagioni di The Handmaid’s Tale, che finora erano disponibili su Timvision. Agnes, che ha il volto di Chase Infiniti, è Hannah Bankole, la figlia di June Osborne, la protagonista de Il Racconto dell’Ancella: “adottata” dalla ricca famiglia di un comandante di Gilead, ha un nuovo nome e una nuova vita. Quando, nella sequenza di cui vi parliamo, l’inquadratura si allarga, vediamo Agnes vivere in un’altra casa delle bambole, cioè la sua casa a Gilead, che quella casa giocattolo riproduceva molto fedelmente. È un altro modo per mostrare alle giovani donne che quello è l’unica società possibile. È anche da questi particolari che si riconoscono le grandi serie. E The Testaments, proprio come The Handmaid’s Tale, lo è. È diversa, eppure è la sua naturale prosecuzione ed evoluzione.

    “Volete sapere cosa è stato per me crescere a Gilead? Mi vergogno di dire che ho creduto a Gilead, un tempo. È più facile accettare una storia per bambini piuttosto che credere che le persone che hai attorno siano mostri”. Sono le prime parole che sentiamo dalla voce narrante di Agnes, alias Hannah. E il senso di The Testaments è tutto qui. È la stessa storia di oppressione di The Handmaid’s Tale, ma vista dall’interno, da chi è teoricamente una persona ricca e privilegiata. E vista con gli occhi di una persona che si sta formando, e che in quel mondo è cresciuta, invece che da una donna matura che in quell’incubo è stata trascinata all’improvviso, e arrivando da un mondo in cui, una volta, esisteva la libertà. Ecco, The Testaments è Il Racconto dell’Ancella disegnato con tinte meno accese, con colori pastello, con un altro tono narrativo, più soft, ma solo in apparenza. Ma quei colori tenui hanno senso proprio perché sono quelli della casa delle bambole in cui vivono le ragazze: apparentemente bella e accogliente, in realtà una prigione, per quanto dorata, e una finzione a tutti gli effetti.

    In The Testaments assistiamo alle vicende delle giovani adolescenti Agnes (Chase Infiniti), obbediente e devota, e Daisy (Lucy Halliday), una nuova arrivata, convertita, proveniente da oltre i confini di Gilead. Mentre si muovono tra le sale dorate della scuola preparatoria d’élite per future mogli di Zia Lydia (Ann Dowd), un luogo in cui l’obbedienza viene instillata brutalmente e sempre con motivazioni religiose, il legame che le unisce diventa il catalizzatore che stravolgerà il loro passato, il loro presente e il loro futuro. A proposito di Zia Lydia, vedremo anche il suo punto di vista.

    Avevamo appena provato un senso di sollievo per il finale di The Handmaid’s Tale, andato in onda la primavera scorsa, con la caduta di una grande parte di Gilead, e la libertà della protagonista, June Osborne. La libertà, lo avevamo capito, non era però completa. La storia si era conclusa senza che June si fosse potuta riunire alla figlia Hannah. The Testaments, finalmente, ci fa ritrovare Hannah e capire qual è la sua vita. Ma tornare a Gilead, anche se anni dopo, anche se in un’altra situazione, è molto doloroso. Siamo di nuovo precipitati nell’incubo. Sì, siamo ancora dentro al Racconto dell’Ancella. E capiamo, se ancora ce ne fosse bisogno, che, a Gilead la vita è dura non solo per le ancelle, ma per qualunque donna.

    In The Testaments capiamo che anche le donne che partono da una posizione privilegiata non c’è speranza. Sono giovani donne senza scelta, senza prospettive, senza futuro, se non quello di vedersi sposate ai dei comandanti, spesso uomini molto più vecchi di loro. “Io non voglio sposarmi, non voglio un marito”, sentiamo dire a uno dei personaggi. Capire tutto questo, e poi guardarsi intorno e capire che nel mondo, nella realtà, questo accade davvero per molte donne, è qualcosa che fa davvero male.  Vedere che tutto accada in America, cioè in quella civiltà occidentale che di fatto è la nostra, lo rende ancora più evidente e difficile da sopportare.

    Non c’è più, dunque, la violenza palese, insistita di The Handmaid’s Tale. Ma è ancora violenza anche questa che è perpetrata verso le giovani ragazze, rinchiuse in un rituale, in un futuro, in un destino già scritto. Essere delle spose promesse in matrimoni combinati, essere vittima di molestie, prima sottili poi sempre più decise. Quello di Gilead è un futuro distopico, ma in fondo è molto vicino a noi, è un sistema retto dal patriarcato, accettato da un’intera società. È qualcosa che possiamo vedere nettamente in alcune società del mondo. Ma, in fondo, anche in quelle in cui viviamo. In The Testaments tutto è più sottile rispetto alla serie precedente, ma tutto è egualmente crudele, se non di più. È inquietante perché mette in scena una società dove la libertà sta sparendo a ogni livello. E se non fosse distopia, ma l’America di oggi?

    Ma non è solo la limitazione della libertà ad essere attuale. Lo è anche la strumentalizzazione della religione per creare esclusione, controllo, guerra, violenza. Uno dei momenti più inquietanti della serie è la pena inflitta a un giovane uomo che ha usato toccarsi, tra le acclamazioni delle giovani ragazze, che sono state indottrinate ad arte per condannare certi comportamenti che invece fanno parte della natura umana. In quel momento sembra di assistere ai due minuti d’odio raccontati da Orwell in 1984, non a caso un grande e lucido manifesto contro tutte le dittature. E così, in questa teocrazia che è Gilead, torniamo a sentire le insostenibili frasi che abbiamo ascoltato in The Handmaid’s Tale. “Sia benedetto il frutto”. “Possa il Signore schiudere”. “Sotto il suo occhio”. È un altro segno che siamo ancora lì, che siamo ancora prigionieri.

    Avevamo lasciato Hannah in The Handmaid’s Tale. Ora la ritroviamo in The Testaments. Si chiama Agnes, ma è sempre lei. E a darle corpo e volto è una delle scelte di casting più felici degli ultimi tempi, la Chase Infiniti ammirata nel recente film da Oscar Una battaglia dopo l’altra. L’attrice ha un sorriso dolcissimo, gli occhi leggermente allungati e luminosi. La pelle ambrata e i capelli ricci la rendono immediatamente credibile come la Hannah che avevamo conosciuto nel Racconto dell’Ancella. Nel suo contegno, nella sua devozione, nella sua cortesia, si riescono a leggere una luce, un desiderio di amore e libertà, un senso di rivolta. In una serie che ha un intero cast che funziona, è lei l’anima di tutta la storia.

    È una storia che, come The Handmaid’s Tale, nasce dalla penna di Margaret Atwood, e dal suo omonimo romanzo. Ma non era certo facile continuare una storia come Il Racconto dell’Ancella che continuasse quel mondo e che fosse allo stesso tempo una storia nuova. The Testaments ci riesce alla perfezione. Al di là del successo che la serie sicuramente avrà, siamo curiosi di capire per quante stagioni andrà avanti. Da un lato, vedere uno show così emozionante durare a lungo vale la pena. Dall’altro, vogliamo finalmente vedere Hannah in un mondo libero. E accanto alla madre June.

    di Maurizio Ermisino per Dailymood.it

    Fai clic qui per vedere lo slideshow.

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