C’era una volta una Sposa. C’era una bambina in arrivo. E un uomo che non era affatto un principe. È una storia che non finisce bene, all’inizio. E poi dà il via a un’altra, una delle più potenti storie di vendetta mai scritte. È Kill Bill, il capolavoro di Quentin Tarantino finalmente riunito in una sola opera, Kill Bill: The Whole Bloody Affair, che arriva al cinema dal 28 maggio al 3 giugno distribuito da Plaion Pictures e Midnight Factory. È il film definitivo sulla vendetta. E anche uno dei primi film di rivincita femminile, molti anni prima che se ne parlasse nella società e che il tema diventasse centrale nella produzione artistica. Ci siamo sempre chiesti come sarebbe stato vedere il film, al cinema, tutto insieme. Adesso è arrivato il momento in cui è possibile farlo. Lo abbiamo visto. Ed è un’esperienza unica.
Kill Bill è la storia de La Sposa, creduta morta dal suo ex mentore e amante Bill, che le tende un’imboscata durante le prove del suo matrimonio, sparandole in testa e privandola del bambino che portava in grembo. Per ottenere la sua vendetta, la donna si mette sulle tracce dei quattro componenti rimasti della Deadly Viper Assassination Squad prima della resa dei conti finale con Bill. Kill Bill è una delle saghe di vendetta più significative della storia del cinema, raramente proiettata nella sua versione integrale e ora presentata con un intervallo tipico del Cinema dei tempi d’oro.
All’epoca non lo sapevamo. Ma Quentin Tarantino aveva sempre immaginato il suo film come un’opera unica. Fu la distribuzione a chiedergli di dividere il film in due parti da due ore, in modo da favorire l’opera nei tempi classici di programmazione dei cinema. E anche di alleggerire la scena della battaglia contro gli 88 Folli, virando le immagini in bianco e nero per evitare l’impatto del troppo sangue che scorreva in quella sequenza. Nella nuova versione del film è la scena in questione è finalmente a colori: l’impatto della sequenza è notevole e in questo modo è maggiormente integrata nel film.
L’altra novità è, all’inizio del film, una nuova, lunga sequenza in stile anime giapponese, che amplia la backstory di O-Ren Ishii, il personaggio di Lucy Liu. O-Ren, cresciuta e diventata una tredicenne, si vendica di uno degli assassini dei suoi genitori. Vestita nel tipico stile delle studentesse giapponesi, O-Ren si muove nella tromba di un ascensore, che, come si può fare negli anime, supera i limiti e sembra estendersi all’infinito.
La cosa bella di vedere un film che si è già visto è quella di poter cogliere i particolari. E così ci hanno colpito alcuni aspetti. Come quella luce dorata che Tarantino sceglie di posare sui capelli di Uma Thurman, enfatizzando il biondo, in un film in cui si fa spesso riferimento alla bellezza dei suoi capelli. Ci ha colpito il suo sguardo che si riflette più volte come in uno specchio nella lucente lama della katana. O quella pompa ad acqua che si alza e si abbassa, quasi a dare il tempo alle danze, durante il combattimento finale della prima parte tra La Sposa e O-Ren, in un giardino innevato, alla fine della prima parte.
Quentin Tarantino è un naturale creatore di icone. I personaggi de Le Iene e Pulp Fiction lo sono diventate immediatamente. Ma qui si è superato. La Sposa di Uma Thruman, nella tuta gialla che era stata di Bruce Lee ne L’ultimo combattimento di Chen e in Onitsuka Tiger giallonere, è diventata immediatamente un’icona immortale. Il look di Uma Thurman ha fatto scuola, ma praticamente ogni personaggio principale del film può essere preso ad esempio per la creazione di un look. Pensiamo alla O-Ren Ishii di Lucy Liu, in kimono e capelli raccolti e la Elle Driver di Daryl Hannah, infermiera killer con benda nera sull’occhio. Da un certo punto in poi hanno anche iniziato a circolare le famose t-shirt con la scritta Written And Directed By Quentin Tarantino, declinate proprio nei colori giallo e nero lanciati dal film, un vero capo cult per chi ama il cinema, un articolo da uomini e donne.
Quando uscì Kill Bill fu sottovalutato il discorso sul femminile presente nel film. Era parecchio prima del #metoo e del movimento contro la violenza sulle donne. Ma, visto oggi, Kill Bill assume ancora più senso. È la storia di una donna che cerca di liberarsi da un maschio violento e prevaricatore. E, in questo senso, si scontra con altre donne che, al momento di ucciderla, sono rimaste fedeli a quell’uomo e hanno perso l’occasione di aiutare un’altra donna. Si parla quindi di violenza sulle donne ma anche di quella solidarietà femminile che a volte manca, e che è una delle chiavi di una serie che parla proprio di questo, come The Handmaid’s Tale.
Possiamo dire che Quentin Tarantino è un regista che ama le donne? Ha sempre valorizzato le attrici, le ha rese iconiche. Una di queste è stata decisamente Uma Thurman, entrata nella Storia dei Cinema due volte, con la Mia Wallace di Pulp Fiction e con la Beatrix Kiddo di Kill Bill. Al di là delle voci di problemi sul set tra i due, a quanto pare finite nel nulla, ci si chiede se davvero Tarantino ami i suoi personaggi femminili, visto quello che finisce per infliggere loro. Se i primi due film, Le Iene e Pulp Fiction, erano storia soprattutto maschili, è stato con Jackie Brown che ha reso esplicita la simpatia per la sua protagonista femminile. Con Kill Bill la questione è ancor di più centrale, visto che la donna al centro del film è una sorta di supereroe. Ma Tarantino la fa uccidere almeno tre volte, la fa rimanere in coma, la fa stuprare mentre è in questa condizione. L’idea che può esserci alla base di tutto questo è che voglia fare come per gli eroi dell’epica classica, far passare la sua eroina attraverso una serie di prove – come le fatiche di Ercole – per farle raggiungere la gloria. E la meritata requie.
E così ecco Black Mamba, un personaggio imbattibile con le spade. Che ci piace pensare arrivi da lontano. Se ricordate Pulp Fiction, infatti, Mia Wallace raccontava a Vincent Vega di aver girato il pilota di una serie, Volpi Forza 4, su una squadra d’azione femminile in cui ogni personaggio aveva una caratteristica. Quella del suo era: lame affilate. Ecco, ci piace pensare che il personaggio di Black Mamba venga da lì, da quella suggestione. E che tutto, in qualche modo, sia collegato. C’è una teoria molto interessante secondo cui i personaggi di Quentin Tarantino non vivano nel mondo reale, ma in un mondo tutto particolare, che è quello del cinema. E così, nell’universo di Tarantino, questa storia potrebbe venire da quelle parole di Pulp Fiction. Sarebbe un bel modo di collegare i suoi due capolavori.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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