Roma non è soltanto la scenografia della nuova Haute Couture di Fendi, ma ne è la protagonista assoluta. Nello scenario monumentale della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, la Maison romana ha trasformato uno dei luoghi simbolo della cultura italiana in un teatro dove moda e arte hanno parlato la stessa lingua. Una dichiarazione d’identità, prima ancora che di stile. Quella andata in scena il 9 luglio rappresenta molto più del debutto couture di Maria Grazia Chiuri alla guida creativa della Maison. È un ritorno alle origini, una riflessione sul patrimonio di Fendi e sulla capacità della moda italiana di raccontare sé stessa senza rincorrere tendenze effimere. Dopo gli anni trascorsi alla direzione creativa di Dior, Chiuri torna nella sua Roma e sceglie di farlo proprio là dove il dialogo tra creatività contemporanea e storia dell’arte diventa naturale. L’ingresso in passerella è preceduto da un cortometraggio ispirato a Histoire d’Eau, il film commissionato da Karl Lagerfeld nel 1977, reinterpretato per l’occasione dalla regista Valeria Golino. Un omaggio raffinato che prepara lo spettatore a una collezione costruita sulla memoria più che sulla nostalgia. La memoria, infatti, non guarda indietro: diventa materia viva, capace di generare nuove forme. La collezione si sviluppa attraverso una palette essenziale, dominata da bianco, nero, avorio e sfumature cipria. La silhouette è fluida, quasi liquida. Gli abiti sembrano sospesi nello spazio, mentre i cappotti couture rivelano un lavoro sartoriale minuzioso. La costruzione è rigorosa ma mai rigida; la femminilità emerge attraverso la leggerezza e non attraverso l’ostentazione. Si percepisce immediatamente il dialogo con Karl Lagerfeld, figura imprescindibile nella storia di Fendi. Chiuri non tenta di replicarne il linguaggio, ma ne recupera alcuni codici visivi, reinterpretandoli con sensibilità contemporanea. Le geometrie ispirate alla Secessione Viennese, i riferimenti all’universo artistico di Gustav Klimt e l’attenzione quasi architettonica alle proporzioni restituiscono una couture colta, costruita su riferimenti culturali profondi anziché su effetti spettacolari. Anche il luogo scelto amplifica il messaggio. La Galleria Nazionale d’Arte Moderna non è soltanto una location prestigiosa: diventa parte integrante del racconto. Le opere custodite nelle sale dialogano con gli abiti come fossero installazioni contemporanee, confermando quanto il confine tra arte e moda sia ormai sempre più sottile. Non è un caso che proprio negli spazi della GNAM venga inaugurata anche la mostra ”After-Un percorso di lavoro. Fendi/Karl Lagerfeld 1985” dedicata al lavoro di Lagerfeld per Fendi, un progetto fortemente voluto da Maria Grazia Chiuri, visitabile fino al 25 ottobre 2026, proprio la stessa mostra che la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea ospitò nel 1985. La scelta evidenzia una precisa volontà culturale: restituire alla moda il riconoscimento di disciplina artistica, tema sul quale la stilista si è espressa apertamente sottolineando come l’Italia, a differenza di altri Paesi, abbia ancora margini di crescita nel valorizzare il patrimonio creativo della moda all’interno delle istituzioni culturali. Sul front row il parterre è quello delle grandi occasioni: Sarah Jessica Parker, Monica Bellucci, Valeria Bruni Tedeschi, Eleonora Abbagnato, la famiglia Fendi e numerosi protagonisti del cinema e della cultura internazionale confermano il peso simbolico dell’evento. Ma, diversamente da molte sfilate contemporanee, le celebrities non oscurano la collezione: restano spettatrici di un racconto che appartiene innanzitutto agli abiti. Tra i dettagli più interessanti emerge la straordinaria qualità dell’artigianato italiano. Ricami quasi invisibili, lavorazioni tridimensionali, piume trattate come pennellate, pellicce reinterpretate con un approccio contemporaneo e sostenibile dimostrano come la couture di Fendi continui a fondarsi sulla maestria degli atelier romani. Questa sfilata assume inoltre un valore strategico per la Maison. Fendi sceglie infatti di riportare la couture nella propria città d’origine, riaffermando un’identità profondamente romana in un momento in cui il lusso globale tende spesso ad uniformare linguaggi e immaginari. Roma non viene rappresentata attraverso i suoi cliché monumentali, ma come laboratorio creativo, città dell’arte e della manifattura. Il risultato è una collezione che evita ogni eccesso. Non cerca il colpo di scena virale né l’immagine destinata esclusivamente ai social network. Punta invece sulla costruzione di un immaginario destinato a durare, nel quale ogni abito racconta una storia fatta di cultura, memoria e ricerca estetica. Più che una sfilata, Fendi ha costruito un manifesto. Un invito a rallentare lo sguardo, ad osservare il lavoro delle mani, a riconoscere nella couture un patrimonio culturale prima ancora che commerciale. In un’epoca dominata dalla velocità delle immagini, Maria Grazia Chiuri sceglie il tempo lungo dell’eleganza. E forse è proprio questa la lezione più preziosa lasciata dalla serata romana: il vero lusso oggi non consiste nell’eccesso, ma nella capacità di creare bellezza destinata a rimanere.
Courtesy photo of Fendi
di Elena Parmegiani per DailyMood.it
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